CLAUDIO ROTA – educatore

Ho visto per la prime volta le foto esposte qualche mese fa; sapevo della loro esistenza perché l’autore materiale, D’Ario Pedruzzi, me ne aveva parlato e mi aveva descritto il percorso e il ragionamento che lo avevano guidato.

Accolsi con una certa sorpresa la comunicazione perché sapevo che Pedruzzi non è un fotografo e nemmeno un artista figurativo; è un educatore che si occupa di disabilità.

E infatti queste immagini ambiscono ad una esistenza diversa da quella solitamente assegnata a delle foto per esposizione: vorrebbero essere un segmento relazionale con i protagonisti raffigurati e con gli spettatori, chiamati ad un atto volontario, scegliere, per spostare la tendina che le oscura. Non vogliono essere delle icone.

La storia della rappresentazione, della figurazione della disabilità, è relativamente recente nella storia occidentale; già nelle metope del Duomo medioevale di Modena troviamo una prima trascrizione nel marmo ad opera di Wiligelmo; ma è con il 1600 che la disabilità inizia ad essere davvero raffigurata.

Un dipinto conservato nella “camera delle meraviglie” del Kunsthistorisches Museum di Vienna ci viene in soccorso: è del 1595 ed è di autore purtroppo ignoto, data anche la buona qualità della pittura.

Il quadro raffigura un uomo nudo, tranne che per la gorgiera e lo splendido berretto rosso. Probabilmente è un dignitario o comunque una persona che rivestiva un certo ruolo sociale. Sul viso dei baffi e un pizzo ben curati

Questa immagine ci rende strabici, come se l’autore avesse voluto raffigurare un doppio soggetto, un’idea per cui alla disabilità fisica non corrisponde un ruolo marginale nella società.

L’immagine si presenta neutrale per quanto riguarda le qualità personale della persona e questo è decisivo nella corretta lettura: il giudizio sull’uomo è sospeso, trascende la disabilità; giova ricordare che, circa in quegli anni, Shakespeare, nel descrivere il suo Enrico VI, fece corrispondere alla deformità fisica del Re, una certa propensione al torbido, al malaffare e al crimine.

Tre secoli dopo Eadward Muybridge si cimentò a sua volta nella rappresentazione della disabilità: il suo bambino che cammina gattonando è quasi un simbolo della storia della fotografia. Anche in questo caso l’ambizione è quella di rappresentare in modo “oggettivo”, per “quello che sono” le cose.

Probabilmente non è possibile, oggi noi abbiamo un’idea di Muybridge non certo di “scienziato dell’immagine”; piuttosto ci sembra un curioso indagatore del fascino del movimento, un futurista anglosassone.

Muybridge crediamo non spese troppi pensieri sulla disabilità, ne è sintomo il fatto che le foto del bambino che gattona è inscritto in una serie che prevede anche Alci, Cavalli, Atleti, e ogni altro soggetto in movimento che attirasse la sua attenzione e la sua curiosità.

Ma un grande pensiero era comunque inciso nella luce e nei reagenti chimici delle sue foto: cinquant’anni dopo uno dei più importanti artisti del 1900, Francis Bacon, riprese quell’immagine, isolandola dalla serialità ed eliminando il sorriso del bambino.

Quello che rimase sulla tela era una figura antropomorfa, sorella delle scimmie, quasi una rappresentazione “platonica” dell’esistenza, un’idea stessa della carne e di come questa ha preso forma sulla terra.

Tre grandi artisti quindi che si sono cimentati con il tema: ma quali sono le conclusioni che possono afferire al lavoro di “Costruire Integrazione”?

Anzitutto una certa pretesa di rendere “innocue”, ma dense di significato, le immagini per portare in superficie altri aspetti della vicenda umana.

Le foto di “Costruire Integrazione” invitano ad una relazione viva, ad un confronto personale; non vediamo dietro la tendina, o dietro lo scatto dell’otturatore, un’immagine autoreferenziale: troviamo i protagonisti come persone che ancora possiamo raggiungere. Loro sono lì, con il loro Tram, che ci aspettano, per raccontarci ulteriormente.

La scelta stessa del bianco e nero non è estetizzante ma umile. I fatti descritti sono quotidiani, innervati di quella magia che traspare per caso nei gesti di ogni giorno. Eppure si tratta di persone eccezionali, che ogni giorno non possono accontentarsi di stereotipi.

Possiamo adottare degli accorgimenti culturali per la lettura ma lo sguardo di questi protagonisti non sfuma nel poster, bensì ci interroga su come e dove possiamo raggiungerli. Sono foto normali.

Mancano probabilmente grandi parti: alludo alla comunicazione sensoriale, alla comunicazione verbale, alle biografie personali e all’infinito intreccio affettivo che un’associazione come “Costruire Integrazione” pone a fondamento della propria esistenza. Ma non dobbiamo vedere le foto come un limite, piuttosto come un passepartout, atto a scardinare una prima porta della comunicazione.

Quando nel XIX secolo in Francia si andò diffondendo il “realismo” in pittura, una parte della società ne rimase offesa; non si riconosceva in quelle immagini che, senza fronzoli o leziosità, ritraevano classi sociali fino ad allora immeritevoli di essere ritratte.

E’ passato molto tempo da allora e credo che nessuno, guardando queste immagini, possa avvertire fastidio e non riconoscersi nello sguardo dell’Altro.

Quello che invece osserviamo è l’umanità, o meglio quanto vi sia da scoprire nelle frontiere dell’umanità.

Non opere dunque queste foto, e tantomeno opere d’arte, ma una sincera relazione delle relazioni intercorse, descritte senza forsennato orgoglio e, proprio per questo, destinate a durare e ad essere feconde.

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